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„In ein 20 Meter tiefes Loch gestürzt“

Fotos: Tamara Lunger/FB

Bei der Expedition von Tamara Lunger und Simone Moro ist es zu einem dramatischen Zwischenfall gekommen.

Müssen Tamara Lunger und Simone Moro die Winterüberschreitung von Gasherbrum I (8080 Meter) und Gasherbrum II (8035 Meter) abbrechen?

Am Samstag ist es zu einem dramatischen Zwischenfall gekommen, der Simone Moro fast das Leben gekostet hat.

Tamara Lunger schildert das Geschehene wie folgt:

„Vielleicht muss ich meine Ziele ändern?

Manchmal will man vielleicht zu viel, aber gestern war es wirklich nicht so!

Wir wollten einfach nur hinauf ins camp 1 zum Schlafen. Wir waren schnell und glücklich (zumindest ich). Wir haben die Stufe überquert und das Wetter wurde schlechter, aber uns fehlte nicht mehr viel zu unserem sicheren Schlafplatz.

Den Weg zu finden schien uns einfacher als sonst, aber wie immer waren wir sehr aufmerksam und vorsichtig unterwegs.

Aber dann, als ich das steile Stück erreichte und Simone nachkommen lassen wollte, machte er seinen ersten Schritt und ich sah ihn schon im Loch verschwinden. Mir schnürte es die Hand (vor allem den Daumen) ab und ich bin eineinhalb Meter vor dem Loch liegen geblieben.

Ich habe alles versucht, die Zeit schien unendlich aber ich konnte mich zum Glück, von den Todesgedanken lösen. Wir haben beide alles getan, um Simone aus dem 20m tiefen Loch herauszubekommen.

Wir sind jetzt sicher, aber meine Hand hat schwer darunter gelitten, ich hatte die 90kg von Simone mit Rucksack 2min lang auf meinem Daumen (ich dachte ich müsse mich zwischen dem Verlieren meiner Hand oder dem Tod entscheiden).

Ich habe geschrien wie jemand der gerade umgebracht wird, es war mir klar, was gerade im Gange war. Die ganze Arbeit musste mit einer Hand gemacht werden, zwischen Tränen und Vertrauen.

Jetzt hat Simone die Evakuierung organisiert, um uns erstmal durchchecken zu lassen.
Ich bin traurig und nachdenklich…“

Simone Moro und Tamara Lunger (Foto: FB/Lunger)

Und so schildert Simone Moro das Geschehene:

Tutto è bene quel che finisce bene.

Senza stare a girare troppo attorno al concetto, ieri siamo arrivati veramente a un soffio da un epilogo tragico e funesto sia per me che per Tamara.

Eravamo intenzionati a passare due notti sulla montagna, raggiungere campo 1, dormire lì e il giorno dopo dirigerci verso campo 2.

Eravamo FINALMENTE fuori dalla cascata di ghiaccio, avevamo superato anche l’ultimo grosso crepaccio e procedevamo sul plateau sommitale. Sempre legati perché sapevamo che i crepacci erano sempre in agguato e antenne sempre dritte ma il morale alto e la soddisfazione di aver superato tutto
Il labirinto di ghiaccio grande.

Foto: Simone Moro/FB

Ma la giornata non era finita e quello che ci aspettava terribile.

Approcciando un crepaccio mi sono messo come sempre in posizione per assicurare Tamara che per prima lo ha attraversato e si è poi portata in zona di sicurezza, 20 metri oltre il crepaccio.

Poi è venuto il mio turno e dopo una frazione di secondo, mi si è aperta una voragine sotto i piedi e sono precipitato. Tamara ha subìto uno strappo tanto violento che è letteralmente volata fino al bordo del crepaccio e io in caduta libera a testa in giù per 20 metri sbattendo schiena gambe e glutei sulle lame di ghiaccio sospese nel budello senza fine in cui continuavo a scendere. Largo non più di 50 cm, tutto buio.

Sopra Tamara aveva la corda avvolta intorno alla mano e gliela stringeva come una morsa e le provocava dolori lancinanti e insensibilità. Io ero al buio e lei lentamente scivolava sul ciglio del crepaccio. Il tutto complicato dal fatto che lei aveva le racchette da neve ai piedi. Sono riuscito con una mano a mettere un primissimo precario ancoraggio e, pur sentendomi lentamente scendere verso l’abisso ho avuto la lucidità di prendere la vite da ghiaccio che avevo all’imbrago e fissarla nella parete liscia e dura del crepaccio. Quella vite ha fermato lo scivolamento mio e la probabile caduta nel crepaccio di Tamara.

Foto: Simone Moro/FB

Da lì, senza entrare nei dettagli, ci siamo inventati il modo di uscire. Quasi due ore dopo. Contorsionismi e mille sforzi mi hanno permesso al buio e schiacciato tra due pareti larghe 50 cm. e risalire in piolet traction tutto il crepaccio.

Tremolante e con mille contusioni ho abbracciato Tamara che piangeva anche dal dolore alla mano. Mentre salivo era riuscita ad organizzare una bella sosta di recupero e ad assicurarmi mentre scalavo i 20 interminabili metri di ghiaccio liscio. Siamo scesi al campo base che, già allertato e rassicurato via radio.

Oggi ho organizzato l’evacuazione di trasportata con richiesta di accertamenti medici per entrambi. Oggi i dolori sono più forti e la mano di Tamara parzialmente insensibile e non utilizzabile.“

Foto(s): © 123RF.com und/oder/mit © Archiv Die Neue Südtiroler Tageszeitung GmbH (sofern kein Hinweis vorhanden)

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